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Semi e radici
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Maria Rosa Cutrufelli

06/06/05

Sono nata in Sicilia, da madre fiorentina. Questo significa che la mia infanzia è stata un continuo andare a tornare: dalla Sicilia, l'isola del padre, a Firenze, la città della madre. Alla fine tuttavia, quando non si trattò più di viaggiare ma di emigrare, ci fermammo in un luogo che non era né dell'uno né dell'altra: ci fermammo a Bologna, che per me divenne appunto la città dell'emigrazione.

Nel fatidico 1968 io vivevo dunque in questa città elegante, generosa e insieme severa. Pur essendo iscritta all'università, lavoravo a tempo pieno in una biblioteca comunale: ero, come si diceva allora, una 'studentessa lavoratrice'. Ma nonostante le mie giornate fossero già fin troppo piene, mi ritrovai ugualmente a fare attività politica nel movimento studentesco. E come avrei potuto non partecipare alla grande festa della mia generazione?

Così scoprii Marcuse e la "liberazione dalla società opulenta", scoprii che l'affrancamento dall'ipocrisia della morale borghese è alla base della pratica politica, che il cambiamento, la società 'nuova' comincia dalla coscienza…

Scoprii, naturalmente, anche l'emancipazione sessuale. Ma era ancora troppo facile, a quei tempi, essere 'oggetto' in un rapporto sessuale, troppo facile sentirsi usata. Ho vissuto con una certa inquietudine la mia emancipazione sessuale.

Ben diversa invece l'emancipazione economica. Su quella non avevo dubbi. Me l'aveva insegnato mia madre: è bene per una donna avere un lavoro e io ero cresciuta con questa assoluta certezza. Ma io non volevo 'soltanto' un lavoro. Volevo un lavoro che mi rendesse più forte, più libera rispetto agli altri. Rispetto agli uomini in particolare. Per questo lavoravo e studiavo. Con una tenacia e una sistematicità che stupiva i miei compagni. L'ambizione in una donna stupisce sempre. E' scandalosa. Io ero scandalosa.

Non mi accorsi di questo scandalo, in quel lontano 1968. Mi resi conto dell'enormità dei miei propositi solo un anno più tardi, quando, con poche altre compagne, fondai il primo gruppo femminista bolognese.

Il gruppo nacque in maniera semiclandestina.

Qualche tempo prima avevo formato, con alcune ragazze e ragazzi della sinistra (comunisti, socialisti, 'senza partito'), un collettivo di quartiere che aveva come punto di riferimento la biblioteca di cui ero titolare. Il collettivo si ritrovava regolarmente nella Casa del Popolo della zona ('Spartaco', si chiamava).

In quel collettivo si discutevano argomenti che in altre sedi più ufficiali (ad esempio, nei partiti) non venivano nemmeno sfiorati, che erano considerati di scarsa rilevanza: si discuteva cioè della famiglia, della sessualità, dei rapporti genitori-figli… Faceva parte del gruppo una ragazza, Carolina, che viveva a Bologna ma studiava sociologia a Trento, dove era appena nato il primo, mitico gruppo femminista italiano: 'Cerchio spezzato'.

Carolina cominciò ben presto a raccontare (alle donne del collettivo) perché a Trento le ragazze si riunivano separatamente, e a spiegare il significato del nuovo femminismo. Non ci volle più di tanto. Eravamo già convinte in partenza. Aspettammo di essere in maggioranza e, una sera, comunicammo agli uomini che le nostre strade si dividevano. Li avevamo, in una parola, espulsi. Qualcuno di loro commentò: "Non ce la farete mai da sole."

Fu un periodo bellissimo.

Ci trovavamo due, tre volte a settimana per leggere documenti e volantini (libri ancora non ce n'erano), fare autocoscienza, prendere contatto con altre donne. Ci incontravamo alle tre del pomeriggio e andavamo avanti fino alle due di notte. Era una scoperta continua di noi stesse, delle altre. Non avevamo paura di niente. Finalmente si riusciva a parlare, e anche a piangere, a ridere, a teorizzare, a fare progetti senza aver paura di essere inadeguate, poco 'politiche', poco preparate, fuori dalla realtà. Finalmente potevamo dar voce alla 'nostra' realtà.

Scoprivamo così che il nostro privilegio di donne emancipate non era libertà, e che l'amore, perfino l'amore era "un paese straniero" e che il corpo femminile era colonizzato, proprio come qualsiasi ghetto o paese del Terzo Mondo (così si diceva allora).

Fu un periodo entusiasmante. E drammatico.

La scoperta di noi stesse, a volte, non era piacevole. Non era piacevole scoprire la dipendenza, il condizionamento. Che le strade della liberazione erano dei labirinti. E i rapporti con le altre erano difficili: la solidarietà è una conquista politica che ogni giorno va rivista e rinnovata…

Intanto anche nelle altre città i primi gruppi femministi uscivano allo scoperto. E noi andavamo spesso a 'sentire' qualche riunione (fuori, ci sentivamo più inibite): a Milano il gruppo delle operaie della Rank-Xerox, a Ferrara il gruppo di Lotta femminista, che parlava di salario al lavoro domestico. C'era una gioia nel ritrovarci che dopo, man mano che il movimento è cresciuto e si è articolato e diversificato, si è in parte persa.

Intanto anch'io avevo cambiato vita. Non lavoravo più in biblioteca. Mi ero laureata. Mi ero messa a insegnare… E poi quella decisione presa d'un tratto: tornare in Sicilia, nel luogo dove ero nata…

Ci tornai alla fine del 1971 e ci restai tre anni.

Stavo a Gela, non il mio luogo di nascita ma uno dei 'poli di sviluppo' dell'isola: il petrolchimico, la 'cattedrale nel deserto', determinava i ritmi stessi della vita della città. A volte, la sera, quando le fiamme delle torce sui pinnacoli della raffineria improvvisamente arrossavano il cielo, la gente per strada smetteva di parlare e guardava in alto con ansia.

In quel primo ritorno, scrissi un libro sulle donne di Sicilia. Un saggio. Nel libro riportavo voci di operaie, di contadine, di disoccupate, di vedove bianche, di studentesse, di indocili ragazze e di mogli sottomesse, di ribelli e di conformiste, voci che in ogni caso sfatavano la leggenda di un 'silenzio storico' delle donne del sud. Davo poco spazio invece alla realtà della mafia e delle sue donne. Anche perché a quei tempi si sapeva ben poco delle donne di mafia e sulle pagine di cronaca dei quotidiani erano comparsi soltanto due nomi femminili: Maria Antonietta Liggio, sorella del famigerato boss, e Antonietta Bagarella, fidanzata di Totò Riina, allora luogotenente di Liggio, sparita da Corleone dopo due anni e mezzo di sorveglianza speciale. Due figure indefinibili, sfuggenti, che indicavano inesplorati percorsi di vita. Donne e meridionali, erano in qualche modo la parte più oscura di me, del mio punto d'origine. Controfigure. Ombre che emergevano da un tenebroso regno di Ade e disegnavano su un moderno scenario la tragedia siciliana di Proserpina, perennemente divisa fra il mondo solare della madre e l'attrazione per il cupo dio delle oscurità. Penso tuttavia che fu allora, fu proprio in quel mio primo ritorno, che accolsi dentro di me il seme di un altro libro, un romanzo che nascerà molto più tardi.

Vivere in Sicilia, ad ogni modo, non era facile. Eppure era lì che mi ritrovavo. Ancora oggi solo in Sicilia mi sento veramente 'a casa' (il 'complesso dell'emigrante', temo, non mi lascerà mai).

E naturalmente anche la pratica (e la lotta) femminista, in quel contesto meridionale, si trasformò e mi trasformò.

Appena arrivata, avevo conosciuto alcune studentesse che militavano in partiti o in organizzazioni giovanili di sinistra. A queste ragazze raccontai la mia esperienza e il femminismo anche per loro divenne un approdo naturale. Formammo a Gela un primo gruppo, che tentò un'analisi della condizione della donna siciliana da angolature a quel tempo nuove, originali. Così, nelle solite interminabili riunioni, ci interrogavamo sul concetto di 'onore', sul 'culto della virilità' e sull'esclusione femminile non solo dalla politica ma dalla vita pubblica in generale. Nello stesso tempo riuscivamo a fare assemblee di caseggiato nei quartieri bracciantili coinvolgendo tutte le donne, anche quelle che mai avevano aperto la porta a un estraneo. Avevamo un imperativo: non disgiungere mai la pratica dalla teoria. Dunque le mobilitazioni, le iniziative politiche, in una parola tutta la nostra 'pratica' doveva discendere da una teoria che tenesse sempre conto della nostra storia. Una storia particolare anche quando si discuteva di aborto e di divorzio, di lavoro domestico e di violenze familiari, cioè di problemi comuni a tutte le donne italiane.

Le riunioni si facevano da me. Soltanto da me, non a turno in casa di ciascuna, come eravamo solite fare a Bologna, come si faceva normalmente nei collettivi del nord. Qui non era possibile utilizzare altre case, la situazione non lo permetteva: le ragazze non vivevano da sole e non avevano libertà di frequentazione. Già era tanto che, nonostante i litigi e gli inevitabili divieti familiari, partecipassero al gruppo. Che però intanto si allargava: qualche insegnante, qualche disoccupata… Realtà e linguaggi diversi, ma un'unica passione: la ricerca della libertà femminile.

Ben presto gruppi analoghi si formarono a Catania, Palermo, Siracusa. Ma comunicare era difficile, fra di noi e soprattutto col resto del movimento femminista sul 'continente'. Viaggiare costa e noi non eravamo 'rivoluzionarie professionali', come venivano chiamate le socialiste d'inizio secolo che andavano a organizzare il partito spostandosi da nord a sud e viceversa. Noi eravamo un'altra cosa: non avevamo appoggi, potevamo contare solo su noi stesse.

Poi la mia vita cambiò un'altra volta.

Andai ancora più a sud, in Africa: Zambia, Congo, Ghana… E lì imparai molte cose. Me le insegnò soprattutto un'amica ghanaiana, la dolcissima Nah Nierley Oku, fiera del suo nome africano che non aveva voluto mutare in nome occidentale, in Sara o Maria o Elisabetta, come usava a quel tempo. Mi insegnò, ad esempio, che se la poligamia dà dolore dà però anche una maggiore autonomia, perchè impedisce alla donna di dipendere psicologicamente dalla presenza dell'uomo. Questa almeno era la sua esperienza…

Altri tre anni, e poi un ennesimo cambiamento: alla fine degli anni settanta ero di nuovo in Italia, di nuovo immersa nel dibattito femminista italiano.

Ma non era più 'l'inizio', molto cammino era stato fatto, molte idee e molte battaglie avevano cominciato a dare frutti. E noi dell'antica guardia eravamo già 'vecchie', perché le più giovani avevano ormai una loro storia, ci citavano e ci contestavano, seguivano le nostre orme e se ne distaccavano, insomma costruivano la loro libertà.

Io intanto non scrivevo più saggi ma romanzi: avevo bisogno della scrittura creativa per raccontare di me, del mondo, delle altre donne. Scrissi finalmente anche quel romanzo il cui seme era stato gettato tanti anni addietro, in quel mio primo ritorno all'isola. Romanzo, non a caso. Perché il romanzo, la scrittura creativa entra con una partecipazione empatica nel cuore degli individui, tenta di catturare l'essenza vitale delle cose: questa era la scrittura che mi serviva per accostarmi all'universo inquietante delle donne di mafia. Donne che hanno scelto la strada dell'emancipazione 'perversa' e credono (s'illudono?) che possa esistere un potere senza libertà.

Universo inquietante e in espansione, ci dicono le statistiche, le inchieste, l'esperienza diretta di questa realtà sociale. C'è una crescita della soggettività femminile che non può essere contenuta, che impatta violentemente contro gli scogli aguzzi dellle discriminazioni, dello sviluppo negato, dei meccanismi distorti di un mercato violento, di una società che ostacola invece di aiutare l'affermazione di sé e la ricerca di un'esistenza piena.

Come meravigliarsi allora di quel 'machismo' femminile che nel mondo sommerso dell'illegalità si sostituisce a quel desiderio di esistere, a quella fame di cittadinanza che è comune ormai a tutte le donne? Con la loro complicità attiva o con gesti autonomi di violenza o di adesione a modelli criminali di vita, queste donne sanciscono un paradossale 'diritto' a un'emancipazione negativa.

"Canto al deserto" è il romanzo con cui ho tentato il confronto fra l'emancipazione positiva e quella negativa: due personaggi, due esistenze femminili, due opposti destini, un'identica ansia di imprimere nel mondo il proprio segno, un desiderio potente di esistere che rende pericolosamente labile il confine tra bene e male. Il romanzo naturalmente è ambientato a Gela, la città dolorosa, la città-martire dove avevo vissuto.

Ed ecco un giorno una lettera che arriva al mio indirizzo di Roma (è qui che sono approdata infine, intorno al 1980) e mi riporta appunto agli anni di Gela. La scrive una giovane donna. Una studiosa. Una femminista siciliana. Si chiama Edi Giunta, ha letto 'Canto al deserto' e si è messa davanti al computer per raggiungermi con le sue parole. Edi è di Gela, ma era molto, troppo giovane al tempo del gruppo femminista. Adesso questa piccola Edi che io non ho fatto in tempo a conoscere vive e lavora al di là dell'oceano, negli Stati Uniti d'America, ma ancora mantiene, come me, una radice nell'isola lontana. Nella sua lettera io leggo la mia storia, ma dal suo punto di vista. E un po' mi meraviglio e un po' mi commuovo, perché è bello, sì, conquistare una legge, un diritto (e se l'Italia è oggi una nazione moderna lo deve alle battaglie delle donne, che hanno conquistato divorzio, aborto, parità salariale eccetera eccetera), ma ancora più bello è sapere che un'altra donna ha trovato una consonanza nelle tue parole, è emozionante sapere che la sua singola vita e la sua singola passione di libertà e di scrittura si è utilmente incrociata con la tua.

Grazie, Edi, per avermelo detto.

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